Il melograno. Ovvero: perché scrivere.


Il melograno. Ovvero: perché scrivere.


II Parte


Ricordo un sogno nel quale mansueto e malato mi abbracciavi dopo che ti avevo mostrato quanto fosse cresciuto il mio melograno. Si innalzava al centro dell’unico tavolo della piccola e povera casa che avevamo quando abitavamo al “Teatro”; piantava le sue radici nel pavimento, attraversava il piano orizzontale e stendeva i propri rami in cucina. Era una stretta cucina e al contempo sala da pranzo e ambiente da giorno. La cucina-soggiorno per la quale mamma pagava a corvées l’affitto: le pulizie dei bagni della pro-loco, le pulizie mattutine dell’ambulatorio, le pulizie e l’accoglienza di Elvira l’amatissima ostetrica dal grosso culo dondolante, la consegna e la riscossione delle tessere della Misericordia, l’accompagnamento ai funerali col vessillo degli infingardi baciapile. Ho ricordo dei tuoi abbracci seppure rari coll’avanzare dell’età. Forse della mia età. Ricordo dolcezza e contatto, nel bosco andando a funghi o a caccia. Ricordo il ritorno dalla miniera. Ricordo dell’orto e della vigna. Ricordo la tua furia terrorizzante. Ricordo soprattutto quel che mancò quando cominciai a crescere e ad essere più ignorante.




E quindi sei qui. Mi guardi? Non proprio: i tuoi occhi guardano in basso verso il pavimento di quel cucinotto oberato in 8 metri quadrati a dir tanto. Occhiali da vista e barba. Taci seduto. E poi: “Vedrai, che voi di’” senza accentuare se non un minimo quel tono interrogativo. “Se ti garba lo poi fa'. Tanto chi ti legge. Resta tutto lì in quel coso chiuso”. “Non lo so, forse nessuno leggerà” rispondo e “mica devo chiede’ il permesso; e tanto meno offendo qualcuno. Ci sto attento”. “Si vabbè’” dice e si alza per mettere gli scarponi da orto. “Si po’ legge tutto ma sarebbe ganzo tu scrivessi qualcosa tipo Tanfucio. Roba bella” ammicca con un sorriso storto e chiuso verso il lato destro della bocca. Lo stesso che avevo visto alla Professoressa di Storia Medievale anni prima. E la strana familiarità con la bocca dell'altro insegnante di Storia Medievale? Quello della professoressa mi richiamava il viso di mio padre in un'espressione piacevole e non mi soffermavo ad interpretarne il significato. Un segno familiare e allo stesso tempo ambiguo. Affetto e violenza insieme. Ma da lei quale affetto?
“Quella è scrittura da professionisti - ribatto - e non credo di poterlo fare. Anche per il tempo che gli dedico”. Ricordo ancora quando da bambino mi dicesti cosa significasse quel "autista della domenica". Ci credetti a lungo e solo quando non c'eri più capii da Roberto che per te e molti maschi della famiglia, tutti meritavano il vostro sguardo dall'alto. Fiero e umile e impertinente.
Nel frattempo scendiamo le vecchie scale di casa, quelle due rampe che si trovano entrando nell’andito del teatro di cui la prima, lunga e in vista, porta alla galleria del “Teatro” e a seguire dal lungo pianerottolo gira di 180 gradi per condurre a casa nostra. O meglio, quella che fu casa nostra. Prima di giungere alle scale, alla prima rampa, mi dici: “Poi anche fa un diario ma se non scrivi cose interessanti la gente si annoia”. “Babbo – aggiungo ripetendomi a bruciapelo e distinguendo le sue aspettative dalle mie – a me basta molto meno, un po’ come quando te e Aulo vi divertivate con un bicchiere di vino a parlare della Divina Commedia o di qualche romanzo storico che vi aveva colpito. Cerco una condivisione semplice su qualcosa che mi piace e vedere dall’altro cosa viene. Un po’ come fare due chiacchiere al bar sul pallone. Solo che non si parla di pallone. E si lascia traccia scritta”. “Si -risponde – ma forse non vedrai mai nessuno di carne così come facevamo invece io e Aulo.” E dopo una breve pausa: “Chevvoi, passà alla storia?” stavolta ride con i muscoli della faccia e della schiena molto meno legati. “Che me ne fo – rispondo - che tanto un ci sarò più; qualsiasi cosa che dico andrà persa. E poi penso che anche se così non fosse, e di ciò dubito parecchio, non avrò alcuna possibilità di controllo. E tanto meno gli eredi che non ho”.
“Insomma ti cali i calzoni?” dice ridendo di nuovo mentre saliamo sulla pandina zozza e già trasandata, con il fondo stratificato di terra argillosa e secca sui tappetini e polvere d'orto sulle poltroncine di pessima plastica.

C'è un motivo.
Ci risalgo dalla memoria.
C’è memoria.
La seguo e mi spoglio.
C’è un mettersi a nudo.
Con cautela perché temo
Riemerge radicato in un concreto e ripittato come una diafana primavera.
Sorrido e respiro nel fare emergere quell’interno che non distingue più in tale forma il reale e l’immaginato. E così gioco e dico e scrivo. In questo misto sentimento per un padre che non vide e in un dolore ripetuto ad eco. Lo scrivo e vi trovo soddisfazione e racconto come mi piace.

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